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9 ottobre 2006

«Come il Padre mi amò io vi ho amato

«Come il Padre mi amò io vi ho amato. Rimanete nel mio amore»

Passione per l’ospitalità di San Giovanni di Dio

Omelia per il CG LXVI dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio

At 6:1-7; SaI 112; Gv 15:9-17

 

Salesianum, 9 novembre 2006

 

Cari fratelli in Cristo Signore,

 

Comincio per ringraziare l’invito fattomi dal Priore Generale, Fra Pascual Piles, per presiedere questa eucaristia e rivolgere l’omelia ai capitolari del CG LXVI dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio. E davvero un onore che apprezzo molto e mi offre l’opportunità di porgere gli auguri miei e di tutta la Congregazione Salesiana al vostro onorevole Ordine. Noi ci uniamo a voi, con la preghiera, chiedendo dal Signore la grazia di ravvivare il cuore di ciascuno di voi, anzi di tutti i Fratelli dell’Ordine con la passione per l’ospitalità di San Giovanni di Dio. Non c’è dubbio che il futuro della vita consacrata si gioca appunto su questo elemento della passione che esprime da una parte il nostro essere innamorati da Dio e dall’altra la nostra immensa com-passione per l’umanità specialmente la più bisognosa e dolente.

 

Oggi volete pure ricordare i confratelli, collaboratori, famigliari e ammalati e bisognosi deceduti nei Centri dell’Ordine. Lo facciamo affidando loro all’amore misericordioso di Dio. Egli li faccia partecipi della sua luce, della sua gioia, della sua pace, del suo amore nella vita eterna.

 

Come al solito, il sacrificio eucaristico che celebriamo e la Parola di Dio che abbiamo sentito ci illuminano e ci fanno sapere quanto il Signore si attende di noi. In primo luogo, l’eucaristia ci invita a modellare tutta la nostra vita consacrata su di essa, di modo che attraverso l’obbedienza possiamo diventare una memoria viva del Signore Crocifisso e Risorto, che attraverso la castità possiamo partecipare più intimamente del sacrificio di Cristo donando, come Lui, tutta la nostra vita agli altri, e che attraverso la povertà possiamo renderci pienamente solidali con i più poveri facendoli partecipi del banchetto della nostra vita e missione.

 

Appunto di questa inseparabilità tra passione per Dio e compassione per l’umanità dolente ci parla la Parola di Dio.

 

Nel conosciuto brano degli Atti degli Apostoli vediamo che i problemi quotidiani della giovane comunità obbligano a prendere nuove decisioni. C’è un lamento, una mormorazione, un malcontento: gli apostoli lo prendono in seria considerazione e lo risolvono. Si tratta in primo luogo di un problema economico: probabilmente sono le vedove di uomini della diaspora venuti a passare gli ultimi anni a Gerusalemme, restate ora senza appoggio familiare. Il bisogno è reale e va affrontato con sano realismo. Ma ci deve essere anche un problema culturale: gli ellenisti parlano greco, leggono la Bibbia nella traduzione greca dei Settanta, hanno una diversa sensibilità. Bisogna provvedere a una struttura completa per loro, come assistenza sia spirituale sia materiale. Il brano tiene presenti questi due aspetti: i ‘Sette, in realtà, sono addetti sia al servizio della Parola sia al servizio delle mense. I Sette appaiono una organizzazione ecclesiastica ‘settoriale’, una specie di ‘clero indigeno! per coloro che hanno lingua, cultura e situazioni economiche diverse dai giudeo-cristiani di Palestina.

Il quadro idilliaco della comunità «con un cuor solo e un’anima sola», tracciato nelle prime pagine degli Atti, sembra offuscarsi improvvisamente. Sorgono le prime tensioni. Ma il realismo di Luca ha la meglio: i problemi ci sono, le tensioni appartengono anche alle comunità più perfette. Le tensioni e i problemi vanno affrontati creativamente e comunitariamente. E soprattutto non devono bloccare la comunità in dispute perenni, non devono impedire la diffusione del vangelo. Tutto va visto con occhio positivo, anche il malcontento, che va preso sul serio, perché nasconde dei problemi seri.

Il malcontento e la critica sono considerati dagli apostoli non come un gesto di ribellione, ma come il sintomo di un problema da affrontare e da risolvere. E’un segno di saggezza, che non sempre si è ripetuto nella storia della Chiesa, con notevoli conseguenze. Occorre grande libertà e distacco, oltre che lungimiranza, da parte di chi detiene l’autorità, per affrontare le difficoltà con spirito creativo. Occorre il senso della fraternità cristiana, capace di ascoltare, di dialogare, di cercare assieme soluzioni più avanzate, più corrispondenti alle nuove situazioni. Gli apostoli danno qui un esempio di flessibilità e di guida sapiente della comunità.

Nel contesto di un capitolo generale forse l’elemento più illuminante sia proprio quello del coraggio per affrontare un situazione reale sia il criterio con cui agiscono gli Apostoli: da una parte rispondono a un bisogno di una parte della comunità cristiana creando un nuovo ministero e, dall’altra, lasciano in chiaro che non possono mettere a repentaglio il loro compito principale, che è quello di pregare ed evangelizzare. Questo vuoI dire che la soluzione dei problemi sociali e persino pastorali non può farsi mai a scapito della missione principale.

Questo è infatti quanto ci dice la pericope evangelica come applicazione pratica della similitudine della vite e dei tralci, in cui Gesù afferma « senza di me non potete fare nulla ». Da discepoli suoi siamo chiamati a fare nostro il rapporto che Io lega al Padre e agli uomini. L’invito a «rimanere in lui» altro non è che un invito a «rimanere nel suo amore», cioè in quella circolazione di carità, di pura donazione che è la vita trinitaria in sé e nel suo aprirsi all’uomo.

Rimanere nel suo amore è così sinonimo di «osservare i suoi comandamenti». Ancora una volta la vita trinitaria è il modello proposto all’uomo: Gesù rimane nella carità del Padre ed è una cosa sola con lui perché accoglie, ama e attua pienamente la sua volontà. Questa unione di volontà, nella certezza che il disegno del Padre è il vero bene, è la gioia del Figlio ed egli, chiedendo di osservare i suoi comandamenti, altro non fa che invitare il discepolo a partecipare della sua stessa gioia.

Il suo comandamento è l’amore vicendevole, fino alla disponibilità a offrire la vita per gli altri. E’ tale amore che fa cadere ogni barriera, rende ‘prossimo’ ogni persona, fa nascere un’amicizia che sa condividere le cose più importanti. La sua attuazione perfetta si trova in Gesù che, prima di morire, dice ai discepoli: «Non vi chiamo più servi ma amici», pur sapendo che presto lo avrebbero lasciato solo.

 

La liturgia odierna - come sempre - ci parla soltanto d’amore. Certo «Dio è amore», ma che cos’altro può dirci la sua parola, o donarci il suo agire?

L’amore da parte dell’uomo comincia con l’attenzione, con un’intensa attesa rivolta a Dio, e del resto già susci­tata da lui. Inizia con l’accorgersi che egli ci ha amati per primo, da sempre, e non perché lo meritassimo. Sco­prirsi amati significa al contempo riconoscersi peccatori perdonati. Questo perdono non ha avuto per Dio un prezzo irrisorio, ma proprio così si è manifestato l’amore: «Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui..., lo ha mandato come vittima di espiazione per i nostri peccati». Il volto amante di Dio ci è stato rivelato dal volto di dolore e di gloria di Cristo. Ed egli ci invita a rimanere nel suo amore il più grande, perché è la vita donata, per poter gustare la comunione con il Padre. Ancora una volta ci è chiesto di essere ‘attenti’: l’amore donato e accolto coinvolge nel suo dinamismo ognuno di noi. Deve divenire il nostro donarci: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati», nell’attenzione fattiva e costante a non lasciar prevalere la natura egoistica nel nostro sentire, pensare, parlare, operare, nella tensione gioiosa di porre al principio di tutto il divino comandamento. Non è facile per nessuno in concreto....

Ma lo Spirito ci è dato per questo! Una nuova attenzione d’amore ci è proposta: cercare di intuire in ogni circostanza le vie che lo Spirito ci va aprendo davanti perché l’amore possa dispiegarsi e raggiungere ogni uomo. Così la passione per Dio diventa com-passione per l’umanità. Senza la passione per Dio la compassione diventa filantropia o prometeismo. Ma senza la compassione per l’umanità, la passione per Dio diventa idolatria.

 

Chiediamo il Signore il dono del suo Spirito per avere la luce e l’energia per affrontare con coraggio, amore e saggezza i problemi, le tensioni, le difficoltà comunitari o pastorali in modo tale di assicurare la fraternità e l’ospitalità. Che come Gesù possiamo fare dell’amore la motivazione più trainante e il dinamismo più efficace fino a dare la vita per gli altri, perché essi abbiano vita in abbondanza. Solo la carità dilata il nostro cuore e ci rende umili, appassionati e compassionevoli.

 

Concludo con una citazione che mi sembra eloquente e propositiva: “Il cristiano è una persona cui Dio ha affidato gli altri; siamo affidati gli uni agli altri e responsabili gli uni degli altri. La responsabilità inizia nel momento in cui ci dimostriamo capaci di rispondere a un bisogno con tutta la nostra intelligenza, con il nostro essere intero: la nostra vita, il nostro cuore, la nostra volontà, il nostro corpo, il nostro impegno di cristiani deve andare ben al di là di un pio proposito di preghiera e di intercessione: deve essere un impegno in cui il nostro stesso corpo risulta pienamente implicato, nella vita - perché a volte è un problema arduo vivere nel nome di Dio - come nella morte. E se non ci è possibile fare nient’altro per chi soffre, possiamo sempre interporci tra la vittima e il carnefice. Ho conosciuto un uomo che ha vissuto per trentasei anni in un campo di concentramento e che un giorno mi raccontava, con una luce profonda negli occhi: «Ti rendi conto di quanto Dio è stato buono con me? Mi ha preso che ero solo un giovane prete e mi ha messo prima in prigione e poi in un campo di concentramento per più di metà della mia vita. Ho potuto così essere suo ministro là dove era necessaria la presenza di un suo ministro!». Pochissimi di noi sono capaci non dico di agire, ma anche solo di pensare in questi termini. Eppure questo è l’atteggiamento di una persona che è presenza divina là dove questa presenza è richiesta: e non è certo questione di gesti di potere. La sola cosa che questo cristiano possedeva era la convinzione di una vita interamente donata a Dio e offerta, attraverso Dio, agli altri uomini. E quanto ci insegna un’immensa nube di testimoni lungo tutta la storia della Chiesa”. (A BLOOM, Vivere nella Chiesa, Magnano 1990, 75s.).

 

don Pascual Chàvez Villanueva, SDB



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