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3 ottobre 2006

OMELL4

OMELIA

 

Capitolo Generale dell’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio

 

3 ottobre 2006

 

Sua Eminenza Rev.ma il Signor Cardinale Franc Rodé, C.M.

 

 

Cari confratelli dell’Ordine degli Ospedalieri,

 sotto l’impulso dello Spirito Santo

trasformati interiormente dall’amore misericordioso del Padre,

 veri discepoli di Cristo povero,

sull’esempio del vostro Santo Fondatore, San Giovanni di Dio,

 vivete in perfetta unità d’amore a Dio e al prossimo, [1]

e la pace del Risorto sia sempre con voi!

 

 

1.         Vi ringrazio di cuore per avermi invitato a celebrare insieme a voi l’inizio del Vostro Capitolo Generale che vivrete nei prossimi giorni; ringrazio in modo particolare Fra Pascual Piles Ferrando, Priore Generale uscente, e il Suo Consiglio.

 

2.         Un assise capitolare è un momento speciale di grazia e di luce in cui un Istituto è chiamato ad eleggere i propri Superiori e a discernere, alla luce dello Spirito, le modalità adeguate per custodire e rendere attuale, nelle diverse situazioni storiche e culturali, il proprio carisma ed il proprio patrimonio spirituale. Nelle difficoltà e nei timori del momento presente è importante riscoprire la propria missione e viverla alla luce delle attuali esigenze della Chiesa e del mondo.

 

            All’inizio di questo evento di salvezza invochiamo l’azione vivificante dello Spirito affinché siate consapevoli del compito che vi è donato, docili al suo soffio vivificatore, pronti a fare esperienza viva di Cristo Signore che racchiude in sé e sprigiona una formidabile carica missionaria perché accenda e faccia crescere in ciascuno l’irresistibile bisogno di comunicarla e di donarla al mondo.

 

3.         Un Capitolo Generale è un momento privilegiato per spalancare gli occhi del cuore per cominciare a guardare, ad accorgersi, a valutare; è un momento privilegiato per scorgere, insieme, i viandanti malmenati che aspettano sul ciglio della strada qualcuno che accorra in loro soccorso. A questo vi chiama la parabola evangelica del Buon Samaritano che avete scelto come icona di questo vostro cammino assembleare, questa parabola che, nella sua disarmante purezza, «è diventata una delle componenti essenziali della cultura morale e della civiltà universalmente umana» (Salvifìci doloris, 29). Ogni volta che leggiamo questa parabola e la meditiamo, siamo toccati dalla sua grande semplicità. Parla al cuore ed interroga la coscienza.

   

            È il momento di chiedersi: quali sono gli uomini e le donne che languono lungo le strade della nostra società? Quali le ferite? Quali le urgenze? Da dove dobbiamo iniziare? Quali appelli ci giungono dalla comunità ecclesiale e quali da quella civile? Di cosa hanno più bisogno i nostri fratelli?

 

            La risposta è complessa. Sono tanti e urgenti i bisogni! Fame, malattie, disoccupazione, disagi di ogni tipo. Tante sono le ferite: ingiustizie, privazione di democrazia e di libertà, assenza di cultura. Ancora: bambini oggetto di violenze e di oppressioni, donne private dei loro diritti di uguaglianza e i troppi e insopportabili “sud” del mondo. La vita stessa viene sempre più banalizzata, tanto che abbiamo addirittura inventato delle espressioni eufemistiche per tacitare il rimorso delle nostre coscienze: si parla oggi di “interruzione della gravidanza” e di “eutanasia” come se potessimo in questo modo renderle zone franche dalla sacralità delle persona umana, la cui morte è invece tragicamente pianificata ed eseguita!

 

            Il nostro mondo, poi, deve costantemente rilevare la sfida posta da una crescente insensibilità alla sofferenza. Talmente abituati a vedere la sofferenza, la malattia e la fame, siamo divenuti capaci di passare a fianco degli spettacoli i più terribili, senza scomporci. Siamo abituati ad osservare gli splendenti grattacieli che costituiscono lo sfondo di sordidi bassi-fondi. La cultura contemporanea è fitta di esempi. Oggi i media portano direttamente nelle nostre case scene terribili di guerra e di violenza, di fame e povertà, di malattie e disagi, immagini di catastrofi naturali come inondazioni e terremoti. Corriamo il rischio di lasciarci catturare da una cultura dello sguardo passivo, inattivo, indifferente. Al posto di essere attori, diventiamo meri spettatori.

 

            E poi conviviamo con le depressioni e le angosce e le disperazioni e la mancanza di senso dell’esistenza; e l’assenza di Dio; e l’ignoranza del Vangelo che è mancanza di amore; e il bisogno di speranza.

 

4.         E noi? Noi non possiamo non guardare, non possiamo far finta di niente, non possiamo attraversare la strada per ritrovarci dal lato opposto. Certo nessuno di noi sarà mai capace di porre ogni rimedio, di curare ogni ferita. Ma nessuno che voglia sentirsi degno del nome di uomo e di cristiano e, ancor più, di quello di consacrato potrà esimersi dal fare la sua parte, piccola, insufficiente, ma è ciò che ci dà diritto alla cittadinanza evangelica, è ciò che solo ci dà titolo per essere autentici discepoli di Colui che ha abbandonato la comodità del cielo per condividere l’incomodo della nostra condizione umana.

 

Fa' questo e vivrai

 

IMPEGNO è la parola che può esprimere al meglio il modo di comportarsi e i sentimenti del Buon Samaritano. Quell’uomo avrebbe potuto passare oltre, come il sacerdote ed il levita. Avrebbe potuto chiudere gli occhi e il cuore e rifiutarsi di rispondere ad un bisogno vero, reale, che gli si presentava davanti. Ma si ferma. Si china. E si abbassa per arricchirsi. Nel momento stesso in cui si ferma e s’umilia per soccorrere uno straniero caduto a terra per mano dei briganti, ecco che nasce un prossimo. La compassione, stimolata dall’amore, è ”creatrice”, crea un prossimo. «Si potrebbe quasi parlare di una specie di sacramento — scriveva il filosofo Romano Guardini -, di un sacramento dell’amore: quando l’uomo mette a disposizione il suo essere vivente, cuore e forza e energie, Dio vi fa scendere la sua potenza creatrice e sorge il miracolo della relazione col prossimo». [2]

 

5.             Certamente la parabola va collegata, nella prospettiva lucana, al brano precedente: Gesù che esulta nello Spirito e rende lode al Padre perché ha nascosto il suo mistero ai sapienti e ai dotti e, per mezzo di Gesù, lo ha rivelato ai piccoli e proclama beati i discepoli che sono testimoni della salvezza che si opera in Cristo: Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono (Lc 10, 21-24).

 

            Il samaritano appare come colui che realizza in sé la beatitudine di coloro che vivono negli ultimi tempi, proprio perché adesso egli può realizzare quello che i profeti e i re non hanno potuto fare prima di lui. Inoltre, siccome il comandamento dell’amore trova nella sua condotta la più perfetta ed autentica realizzazione, egli diventa figura di Cristo, il vero Samaritano inviato dal Padre.

 

            Le coordinate che questo Vangelo della carità e della sofferenza[3] ci offre sono infinite e infinitamente potrebbero essere meditate.

 

            San Giovanni di Dio all’inizio del suo cammino di conversione «sperimenta il vuoto e scopre la pienezza di Dio: Dio prima di tutto e sopra tutte le cose del mondo».[4] Giovanni scopre di essere piccolo, scopre la propria creaturalità, la propria piccolezza dinanzi alla grandezza del Creatore, e questa scoperta la porta ad aprire gli occhi, lo porta a contemplare il mistero “nascosto ai sapienti e ai dotti” e a riconoscere i piccoli, gli esclusi, i poveri, i malati, i sofferenti, come privilegiati del Regno di Dio. Scoprendo la paternità di Dio nei suoi confronti fa esperienza di ogni uomo e di ogni

Donna come suo fratello e sorella.

 

Fa' questo e vivrai

 

             Ecco che cosa dipende il nostro vivere o il nostro morire. Vivremo se la preoccupazione principale della nostra esistenza sarà quella di impegnare tutto noi stessi nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo. Così, per la nostra buona volontà e con l’aiuto della grazia giungeremo ad ereditare la pienezza della vita eterna, ossia la pienezza della conoscenza di Dio Padre e di Gesù suo Figlio: questa è la vita eterna, che conoscano te l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3). Dunque, mettere o non mettere in pratica i due comandamenti fondamentali della Legge, non è questione di poco conto ma è una questione di vita o di morte: se li metteremo in pratica vivremo, se non li metteremo in pratica moriremo.

 

6.         Amore di Dio e amore del prossimo, intimamente ed esistenzialmente uniti.

 

             Portate avanti il delicato compito che Vi spetta e, sotto la guida dello Spirito Santo, aiutate i Vostri fratelli affinché rendano nella Chiesa una eloquente testimonianza di amore a Cristo, di dedizione a Lui e ai malati, secondo le caratteristiche che vi sono proprie.

 

             Per far questo non dobbiamo dimenticare, come ha scritto Benedetto XVI nella sua prima lettera Enciclica Deus Caritas est, che «chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l’uomo può — come ci dice il Signore — diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr. Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere sempre di nuovo, a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio (cfr. Gv 19, 34)» (Deus Caritas est, n. 7).

 

             E il mezzo per incontrare Cristo Gesù e abbeverarsi alla sorgente del suo amore è la preghiera: «Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo» (ivi, n. 37).

 

             A ben poco, infatti, servono proclami solenni di convinzioni astratte se queste non sanno calarsi in un vissuto umanissimo che testimoni che l’amore è più forte della morte. Non ci dimentichiamo che la fede cristiana è nata e si è sviluppata attraverso la testimonianza di semplici uomini e donne che hanno preso su di loro il giogo leggero di una vita conforme a quella mostrata da Gesù come la vita umana secondo il disegno di Dio, una vita ricca di senso e di amore, una vita abitata dal prendersi cura dell’altro, una vita autenticamente umanizzante.

 

7.           Ogni Fratello dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio sia in ogni momento come il Buon Samaritano, per essere testimone dell’amore di Dio.

 

             Lasciatevi guidare dallo Spirito Santo affinché sia Egli stesso a darvi l’impulso nella vostra fedeltà creativa. Il vivere gioiosamente e generosamente la vostra consacrazione e l’amore fraterno nelle vostre comunità si tradurranno in un invito a quanti ricercano la sequela radicale di Gesù nella vocazione religiosa. Dalla vostra vita si sprigioni la testimonianza:

 

  testimonianza, innanzitutto, della coerenza sincera con il vangelo e col carisma del vostro Istituto: ogni cedimento al compromesso è una delusione per chi vi avvicina.

 

  testimonianza, poi, di una personalità umanamente riuscita e matura, che sa entrare in rapporto con gli altri, con i sofferenti soprattutto, senza prevenzioni ingiustificate né ingenue imprudenze, ma con apertura cordiale e sereno equilibrio;

 

  testimonianza, infine, della vostra gioia, una gioia che si legga negli occhi e nell’atteggiamento oltre che nelle parole, e che manifesti chiaramente a chi vi guarda la consapevolezza di possedere quel “tesoro nascosto”, quella “perla preziosa”, il cui acquisto non fa rimpiangere di aver rinunziato a tutto, secondo il consiglio evangelico (cfr. Mt 13, 44-45).

 

8.           Cari fratelli, per intercessione di Maria, la Madre di Gesù, che stava sotto la Croce, chiedo al Padre che vi renda capaci di fermarvi accanto a tutte le croci dell’uomo d’oggi, capaci di avere occhi e cuore in grado di vedere tutti i malmenati che si trovano sul ciglio delle nostre strade e imploro dallo Spirito Santo per tutti noi, e per tutti i discepoli di Cristo, il dono della purificazione dei cuori, affinché il nostro amore a Dio e agli uomini sia pieno, la nostra umiltà sia sincera, e il nostro pellegrinaggio in questo mondo si svolga nella letizia di sapere che il Signore ci ha amato per primo (1 Gv 4, 10) e nella semplicità di chi non desidera altro che la gloria di Dio Uno e Trino. Amen.



[1] Cfr. Costituzioni dell’ordine, n. 1.

 

[2] ROMANO GUARDINI, Volontà e verità, Morcelliana, Brescia, 1978, p. 149.

 

[3] Cfr. Salvt/ìci Doloris, VII.

[4] Il Cammino di Ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio, Spiritualità dell’Ordine, Roma 2004, n. 10.



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