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2 ottobre 2006

LXVI CAPITOLO GENERALE

LXVI CAPITOLO GENERALE

 

OMELIA

 

Roma, 2 ottobre 2006

Fra Pascual Piles Ferrando, Superiore Generale

 

 

Miei cari Confratelli, cari Collaboratori,

 

In questo primo giorno del LXVI Capitolo Generale, siamo riuniti per celebrare, accomunati dalla stessa fede, il nostro essere ospitalità. Per dare inizio a questa grande Assemblea dell’Ordine, che è il Capitolo, abbiamo considerato opportuno celebrare l’Eucaristia votiva dello Spirito Santo, nonostante oggi la Chiesa celebri la festa liturgica degli Angeli Custodi. E’ anche un momento opportuno per pregare, tutti insieme, per i nostri Confratelli Angelico Bellino e Angel López, qui presenti, che oggi festeggiano il loro onomastico.

 

Ringraziamo il Signore, in questo momento, per il dono della vita, per il dono della vocazione che ci ha reso fratelli di San Giovanni di Dio e per averci convocati come rappresentanti di tutto l’Ordine a partecipare a questo evento.

 

Lo ringraziamo altresì per tutto quanto il sessennio ha rappresentato per l’Ordine, per i Confratelli, per quelli che in questo periodo sono passati alla Casa del Padre e ora fanno parte dell’Ordine nella Chiesa trionfante, assieme agli altri Confratelli che li hanno preceduti lungo l’arco della nostra storia. Allo stesso modo, ringraziamo il Signore per i nostri familiari, per i Collaboratori dell’Ordine, per le persone che abbiamo assistito e alle quali abbiamo cercato di trasmettere lo spirito di San Giovanni di Dio. Ci ricordiamo dei vivi ma anche di chi non c’è più.

 

Personalmente desidero ringraziare il Signore per il sostegno che ho ricevuto da Lui nel sessennio che sta per terminare, per il quale mi è stata affidata la responsabilità di Superiore Generale, e durante il quale ho cercato di rendere vivo e presente San Giovanni di Dio nelle azioni e nei gesti di ogni giorno.

 

Abbiamo appena ascoltato la Parola di Dio. La prima lettura era tratta dalla 1a lettera ai Corinzi  (1 Cor. 12, 3-7.12.13).

 

In questo testo emergono tre aspetti diversi, ma allo stesso tempo complementari. Primo, l’importanza di essere sempre aperti allo Spirito: “Nessuno può dire Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo”. Penso che tutti noi abbiamo sperimentato questa azione dello Spirito: nella nostra vita, nella nostra fede, nella nostra vocazione.

In questo momento, l’azione dello Spirito Santo è molto importante in ciascuno dei presenti, così come nella vita dell’Ordine.

 

Il Capitolo dev’essere vissuto da tutti sotto l’influenza dello Spirito. Bisogna essere aperti alla sua volontà, non porre resistenza; dobbiamo sempre cercare di intuire la volontà del Signore nei nostri confronti, soprattutto in questi giorni.

 

Il secondo aspetto sottolinea che “Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito (…)  vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti…per l’utilità comune”. Sappiamo che siamo stati convocati a vivere la stessa vocazione nella Chiesa, a far parte dell’Ordine Ospedaliero, a seguire il Cristo misericordioso lungo il cammino iniziato quasi 500 anni fa da San Giovanni di Dio.

 

Viviamo in diverse parti del mondo, veniamo da culture diverse. Pur se facessimo parte della stessa cultura e ci trovassimo nello stesso luogo, vedremmo che tra noi ci sono delle diversità. Una volta ancora, siamo chiamati a prendere coscienza che è lo stesso Dio che opera in tutti noi per il bene comune.

 

Questa realtà ci introduce nel terzo aspetto della lettura, quello che si riferisce alla “Pluralità e unione in Cristo. Tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito”. Siamo chiamati a vivere la pluralità e ad essere uniti in Cristo e nello Spirito allo stesso tempo. E’ questa la costituzione del nostro essere, della nostra identità e, se così non fosse, vuol dire che ci stiamo sbagliando o che stiamo falsificando la base della nostra fede. Non pretendiamo l’uniformità, ma dobbiamo sforzarci per mantenere la “unità nella diversità”, mossi dallo stesso Cristo e dallo stesso Spirito, dal quale riceviamo la forza per lavorare con fedeltà e creatività per il bene della Chiesa e della società, ossia per il nostro stesso bene.

 

Questo lo sappiamo tutti. Non vorrei essere stato ripetitivo nel ricordarlo.

 

Dove manchiamo è negli atteggiamenti che sostengono questo progetto e che promuovono questa esperienza. Affinché ci sia unione nella diversità, per il bene comune, è necessario imparare a conoscere anzitutto se stessi, poi conoscere l’altro, rispettarlo e riconoscerlo, sapere che insieme facciamo parte di uno stesso corpo. Questo riconoscimento ci porta ad amare l’altro, e qualora fosse necessario a causa della nostra fragilità, a riconciliarci con lui. E’ un processo che coinvolge umanamente tutto il nostro essere. E’ necessario lavorare su noi stessi: non siamo gli unici, non siamo autosufficienti, non possiamo fare a meno degli altri. Dobbiamo camminare insieme, seguendo il progetto di Dio e incarnandolo nel progetto del nostro Fondatore.

 

La presenza dello Spirito è conglobante, realizza un certo tipo di globalizzazione, della quale oggi parliamo tanto, ma che scaturisce dall’esperienza di farGli spazio nella nostra persona, lasciando che ci pervada. E’ un processo umano e di fede. E’ ciò che ci ricorda oggi la Parola di Dio, per collocarci adeguatamente e vivere al meglio questo Capitolo, affinché possa apportare molti frutti. “Lasciatevi guidare dallo Spirito” (Gal 5,18).

 

Vediamo ora i criteri che ci presenta il Vangelo, che completano quelli di cui abbiamo parlato in precedenza. E’ tratto dal vangelo dell’apostolo Giovanni  (Gv. 14, 15-16.23b-26).

 

Il primo è “Se mi amate, ...Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre”. Questo processo umano e teologale è frutto del vero amore. Siamo chiamati a consacrarci agli altri, ad amare gli altri, ma in molti nostri modi di agire pensiamo solo a noi stessi. Se amiamo veramente il Signore, sarà Lui a preoccuparsi di noi, intercedendo presso il Padre affinché ci colmi dello Spirito e ci insegni a vivere e ad amare in modo vero.

 

Durante il Capitolo analizzeremo la nostra vita, la valuteremo, accettando i tanti elementi positivi ma anche quelli negativi, frutto delle nostre limitazioni personali, comunitarie e istituzionali. Alla luce della Parola che abbiamo proclamato, l’invito è a operare un discernimento su ciò che ci sta accadendo, ad individuare il perché non riusciamo ad apprendere bene la lezione del nostro Maestro, che è lo Spirito, presenza e azione di Dio nella nostra vita interiore, nel dinamismo dell’attività apostolica.

 

Questa è l’ora dello Spirito, l’ora della Chiesa, l’ora dell’Ordine riunito nel Vangelo. E per sentirlo in questo modo, abbiamo il secondo criterio che appare nel Vangelo: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà, vi insegnerà ogni cosa”. Il problema è che dobbiamo aprirci allo Spirito, e lasciarci interpellare da Lui, adeguando il nostro essere al Suo, sforzandoci di essere spirituali, umani, ospedalieri e come San Giovanni di Dio. La risposta aggiornata alle sfide della nostra ospitalità è garantita se con animo aperto lavoriamo come Ordine, illuminati dalla fiamma della Pentecoste che non si estingue mai.

 

Entriamo così nel terzo criterio del Vangelo: “Il Padre mio ed io verremo e prenderemo dimora presso di voi”. Vogliamo che Dio sia tra di noi, dentro di noi. La cosa importante è che Egli prenda dimora in noi e che nel nostro agire siamo testimoni di questa presenza di Dio in noi: in ogni comunità locale, nelle Province, nelle opere apostoliche, nei rapporti con i Collaboratori, nel servizio ai malati e ai bisognosi - in una parola - sempre.

 

Diamo dunque inizio al Capitolo con grande speranza, e cerchiamo di viverlo secondo lo spirito della Parola che è stata proclamata.

 

Vogliamo viverlo sotto l’influsso dello Spirito di Dio, secondo i suoi insegnamenti. Vogliamo viverlo nell’universalità della diversità, ma nell’unione, poiché tutti apparteniamo allo stesso Signore. Vogliamo viverlo lasciando a Dio uno spazio nel nostro essere, affinché possiamo sempre manifestare Dio in tutto ciò che facciamo, attraverso la carità, per il raggiungimento del bene comune dell’umanità e della Chiesa.

 

Non possiamo certamente non ricordare in questi giorni San Giovanni di Dio, uomo fortemente motivato dallo Spirito di Dio, capace di promuovere comunione e riconciliazione nel rispetto di ogni persona; Giovanni che venne chiamato ‘di Dio’ perché trasbordava di amore per Lui; un uomo che visse sempre per il bene di tutti, specialmente dei sofferenti, dei più poveri e dei più bisognosi.

 

Auspico che con questo spirito possiamo vivere il nostro Capitolo.

 

Come dice il salmo che abbiamo proclamato, “Signore, apri la tua mano e saziaci di beni” (Sal 104, 28).

 

Così sia.

 



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